All’interno del settimanale “Chi” del 14 Novembre 2018, una bella intervista sul mio rapporto con Giuseppe Verdi e un affettuoso ricordo del Maestro Luciano Pavarotti.

Ecco le domande e risposte dell’intervista:

D. Anche all’estero Verdi è amato come in Italia?
R. E’ amato ovunque. In Cina impazziscono per lui, cosi come in Romania, in Sud America, Nord Africa, in Medio Oriente. Non c’è dubbio che Verdi abbia saputo toccare delle corde profonde e universali, che accomunano tutti i popoli. In questo sta la sua grandezza.

D. Quali sono i baritoni cui lei si ispira?
R. Leo Nucci e Renato Bruson, quest’ultimo uno degli ultimi della vecchia scuola. Poi Sesto Bruscantini, che ha lasciato incisioni Verdiane straordinarie. E anche il tedesco Dietrich Fischer-Dieskau che aveva una capacità interpretativa fuori dal comune.

D. Lei è stato uno degli ultimi allievi di Luciano Pavarotti. Che ricordi ha di lui?
R. Bellissimi. Irradiava un energia che trasformava chi gli era accanto. Un giorno, era già ammalato, andai nella sua casa di Pesaro. Mi dissero che quel giorno non avrebbe potuto tenere lezione. Feci per andarmene, ma mi dissero di restare e di cantare. Il maestro mi avrebbe ascoltato da una finestra interna. Cantai per lui diverse arie e poi mi chiesero di salire nella sua stanza. Era a letto, aveva la flebo nel braccio ed era molto pallido. Ma mi sorrise e mi disse “Bravo campione! Adesso si che ci siamo”. Le sue parole mi resteranno nel cuore per sempre.